LA DISTRETTUALIZZAZIONE DEGLI ACQUEDOTTI COME DIMOSTRAZIONE DI UN FALLIMENTO

Cisterna Livorno
Acquedotti storici
La grande cisterna di Livorno

Appaiono sempre più frequentemente degli articoli di giornale e di riviste tecniche, dei filmati e altri mezzi di comunicazione che annunciano con enfasi la realizzazione di importanti modifiche nell’assetto dell’acquedotto cittadino attuati mediante la sua “distrettualizzazione”, procedura che sarà più avanti spiegata in dettaglio. Personalmente ritengo che ottenere risultati eclatanti usando un mezzo del genere significhi prima di tutto fornire la prova lampante che gli acquedotti di cui si parla si trovano in uno stato così comatoso che anche l’adozione di una tecnica deleteria produce comunque positivi effetti.

Quello che spaventa è il prezzo che occorre sostenere in termini di consistenza dell’acquedotto e di prospettive future per l’intera attività acquedottistica ( clicca qui per avere dettagli).

A tale riguardo bisogna indicare la questione di principio su cui si basa la distrettualizzazione che viene, a torto, considerata un intervento ideale sempre consigliabile nel mentre dovrebbe essere riservata a pochissimi ed eccezionali casi particolari.

Per riuscire a far capire i concetti ricorrerò ad un paragone ipotetico.

Immaginiamo una grande industria che costruisce automobili tramite una colossale e complessa catena di montaggio affiancata da vari comparti di creazione di tutte le componenti che affluiscono per esservi assemblate. Il tutto è organizzato tramite sofisticati programmi che ne seguono in maniera ottimale e minuto per minuto il funzionamento globale. Immaginiamo ora che sopravvengano degli inconvenienti imprevedibili ed a causa dei quali venga gravemente compromessa la produzione. Ebbene, nell’ipotesi che si considera, la direzione, invece di ricercare e rimediare ai difetti, cosa decide di fare? Fraziona il processo produttivo in tante piccole parti ognuna delle quali, essendo di piccola dimensione ed essendo indipendente dalle altre, può essere facilmente controllata. Ad esempio crea un reparto che costruisce le ruote, un altro le porte, un altro la frizione, un altro il cambio ecc. Ora se questo può essere visto come un successo non lo è di sicuro l’intero processo produttivo che, sia dal punto di vista economico e sia per la qualità di veicoli prodotti, denuncerà di sicuro gravi deficienze rispetto alla precedente soluzione. In definitiva il risultato finale sarà ben peggiore di quello che si sarebbe ottenuto rimettendo a punto o addirittura migliorando l’organizzazione generale originaria.

Questo è esattamente quello che accade negli acquedotti italiani. Non funzionano affatto, accusano enormi perdite d’acqua ed ingiustificati costi di gestione. Ed ecco il rimedio, qui considerato assurdo: la distrettualizzazione pratica. Si tratta di dividere una rete in tante piccole sottoreti indipendenti e quindi facilmente controllabili e riuscire in tal modo a trovare i punti di perdita, a ridurre i quantitativi d’acqua dispersa, ed a regolare la pressione di funzionamento di ogni singola sottorete considerata come un piccolo acquedotto a sè stante. La soluzione razionale del problema riguarderebbe invece lo scoprire celermente la causa vera delle anomalie e provvedere urgentemente alla loro eliminazione o addirittura allo studio e realizzazione di opere di miglioramento generale, di ammodernamento, di potenziamento e di collegamento con altri acquedotti per eventuali interscambi di portata. I vantaggi rispetto a quelli dati dalla distrettualizzazione pratica sarebbero sorprendenti anche grazie alle grandi possibilità offerte dalla moderna tecnica acquedottistica.

Per concludere, nel mentre non mi stupisco affatto dell’entusiasmo per la distrettualizzazione che riscontro negli studiosi e nei professori che insegnano l’acquedottistica nelle università, non riesco invece a capire come possano i gestori reali di acquedotti importanti accettare che le loro reti di distribuzione d’acqua potabile siano private di quei veri tesori che sono l’interconnessione spinta e a maglie chiuse multiple delle reti ed a cui si devono vantaggi importantissimi tra i quali eccellono doti come un trasporto di grandi portate con perdite di carico molto contenute, la uniformità di pressione anche in occasione di prelievi eccezionalmente elevati, la possibilità di mettere fuori servizio per manutenzione condotte o pezzi di rete, in conclusione come i gestori possano accettare una vera e propria mutilazione dei propri impianti.

Ma sussiste un aspetto molto importante della questione. Diffondere ed elogiare la distrettualizzazione significa distogliere gli interessati dalle soluzioni vere e cioè dalle numerose possibilità di migliorare il funzionamento della rete senza frazionare il magliaggio ma invece promuovendone l’ampliamento tramite connessioni sempre più estese, appoggiando con forza altri sistemi di controllo e di regolazione come sono ad esempio la presenza diffusa in rete di misuratori di portata e pressione che, trasmessi automaticamente i dati al centro di controllo e comando e prontamente elaborati in automatico, garantiscono ottimi risultati anche economici e come sono le verifiche tramite modello matematico. Invece, quando si è suddivisa la rete in tante piccole parti, si è imboccata la via di riduzione dei problemi partendo dalla convinzione che ciò corrisponda alla riduzione dell’estensione delle reti ma, nella realtà, impedendo di fatto lo sviluppo dei metodi veri che al giorno d’oggi si adottano in tutti i settori e che, seguendo concetti diametralmente opposti, nel campo specifico degli acquedotti possono così riassumersi: costituzione di reti interconnesse e sempre più vaste, adozione sistemi di telecontrollo e telecomando sempre più avanzati ed in grado di controllare e regolare insiemi acquedottistici sempre più ampi ed interessanti ed aventi, senza soluzione di continuità idraulica, le caratteristiche le più svariate.

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