ACQUEDOTTI PIACEVOLMENTE INTERESSANTI – TERZA SERIE

sorgente_tegorzo
La sorgente Tegorzo sita in frazione Schievenin di Quero (BL)

Il sapere non è necessariamente noioso. E quando il sapere è divertente, non vuol dire necessariamente che sia “superficiale”, anzi è motivante e permette di apprendere e insegnare con efficacia

Questo divertissement non riguarda opere alla cui realizzazione abbia contribuito anche il sottoscritto e viene segnalato perché, assolutamente in linea con gli scopi di questa serie di note, esso merita di essere ricordato per le modalità veramente intelligenti adottate nella costruzione originaria. Da rilevare che le opere in argomento sono state in parte messe fuori servizio molti anni or sono essendo superate dalla moderna tecnica: un motivo in più per dar corso alla pubblicazione

Il Consorzio Acquedotto Schievenin, sorto molti anni fa, svolge l’attività di rifornimento dell’acqua potabile a numerosi comuni della provincia di Treviso, in origine usufruendo di una abbondante sorgente di ottima acqua ubicata nella frazione di Schievenin in Comune di Quero (BL) a quota 407 metri sul livello del mare. Il particolare più interessante era dato dalla possibilità che l’alimentazione dell’utenza, sparsa su un territorio grosso modo pianeggiante e molto vasto, potesse aver luogo completamente a gravità e cioè sfruttando il notevole dislivello topografico esistente tra sorgente ed area da servire. Uno dei problemi da risolvere a tale scopo consisteva nella suddivisione comune per comune ed in maniera equa della portata captata in montagna. Per seguire una strada di sicuro risultato venne deciso che la ripartizione avesse luogo esclusivamente tramite invasi a pelo libero ognuno dei quali, essendo munito di stramazzi tarati, poteva contare su molteplici piccole vasche dii di carico della rete a loro volta alimentate dagli stramazzi e quindi con una portata in transito esattamente corrispondente a quella prefissata. 

Chiesa_di_Santa_Maria_in_Colle,_campanile_(Montebelluna)
Un campanile di Montebelluna. Chi l’avrebbe mai detto che al suo interno l’acqua potabile risalisse fino alla vasca posta in altro per esservi divisa in più parti?

La realizzazione delle opere non presentava alcun problema nel tratto iniziale della rete in quanto, trattandosi di territori montani e quindi altimetricamente variegati, si poteva facilmente far risalire la condotta adduttrice esattamente fino alla quota di progetto ed ivi costruire la vasca di ripartizione e quelle di carico. La cosa presentava invece una certa difficoltà una volta arrivati con la rete nella pianura trevisana dove non esistevano aree sopraelevate atte allo scopo. Ebbene la soluzione prescelta consistette nel far risalire la condotta adduttrice sui vari campanili dei paesi da servire ed ivi ubicare la vasca in oggetto: secondo mè un’idea geniale, di poco costo, che non ha rovinato l’ambiente seguendo i molti esempi dei brutti serbatoi pensili normalmente costruiti in quegli anni. Si tratta quindi di un’opera che val la pena di ricordare !) ( per particolari clicca qui )

Ritengo opportuno riportare pari pari le frasi tratte da “L’acqua per la vita . Storia del Consorzio Schievenin” di Lucio De Bortoli

Il problema dell’esatta ripartizione venne quindi risolto con l’adozione di pozzetti di misura collocati nei punti di diramazione. Il primo venne costruito sulle pendici orientali del Monfenera (Fener) per garantire l’erogazione a Valdobbiadene; il secondo presso la Cappella di San Sebastiano (sempre in Monfenera) ripartiva la portata fra l’arteria principale e il flusso destinato all’asolano e Cavaso; il terzo era situato a Madonna di Rocca per le esigenze della sinistra Piave e la diramazione Crocetta e Volpago; il quarto sulle pendici occidentali del Montello per alimentare la conduttura di Volpago, Povegliano e Spresiano, quella di Vedelago, Paese e Istrana e quella particolare di Montebelluna; l’ultimo venne posizionato sopra Asolo per le diramazioni di Asolo e Altivole. Nelle zone pianeggianti, il fattore pressione venne risolto piazzando le vasche sui campanili ed evitando quindi la costruzione di costose opere in cemento armato (torri piezometriche)

Pofilo schemtico dell'acquedotto di Pordenone. (Clicca per ingrandire)
Pofilo schemtico dell’acquedotto di Pordenone.
(Clicca per ingrandire)

Ed ora un acquedotto che contiene delle stille uscite dal mio cervello: l’acquedotto di Pordenone. Si trattava di servire un territorio urbano posto in pendenza e con ricca falda artesiana ad andamento orizzontale ed avente quindi la caratteristica di essere profonda una trentina di m.  sotto il suolo della parte alta ed invece nella parte bassa di affiorare sopra il suolo. La soluzione geniale per quei tempo è consistita nell’ubicare a terra e nella parte bassa ( località Torre) il grande serbatoio interrato di compensazione delle portate ed invece in quella alta ( loc. Comina ) costruire un grande serbatoio pensile alto 55 m e di 3000 mc di volume utile. La cosa interessante e curiosa sta nel fatto che a Comina non si effettua alcuna compensazione delle portate ed il serbatoio, posto a guardia di tutta la sottostante e degradante città, riceve con pompaggio diretto dal vicino pozzo a raggiera una portata pressoché costante

Serbatoio e logo
Serbatoio di Comina e mio logo che dimostra come la soluzione odierna sarebbe diversa da quella adottata negli anni 80 a Pordenone

giorno e notte mentre l’impianto di Torre, il cui serbatoio si riempie a gravità per risalienza naturale dei pozzi, pompa in rete una portata molto variabile durante la giornata effettuando anche la compensazione di Comina. Unaltro fattore molto interessante è costituito dalla posizione del confine che divide in due parti la rete alimentate rispettivamente dalle fonti di Comina e di Torre, confine la cui ubicazione varia continuamente estendendosi verso valle durante la notte allo scopo di accaparrarsi utenze da servire mentre l’operazione opposta accade di giorno quando l’aumento dei consumi provoca il ritiro verso monte del citato confine lasciando disponibili molti utenti per il serbatoio Basso di Torre che ha il compito di svuotarsi di tutto il volume idrico accumulato la notte nel grande invaso interrato. Il funzionamento appare chiaro osservando il profilo allegato che fa capire come il sistema adottato consenta uno sfruttamento razionale della falda. Infatti il bilancio giornaliero conferma che lo spostamento graduale di detto confine di competenza provoca una parità di volumi giornalieri prodotti ed immessi in rete dall’uno e dall’altro impianto con notevole risparmio di energia elettrica di sollevamento e soprattutto riuscendo ad risolvere un problema assai complesso : mantenere la linea piezometrica sempre parallela ad un terreno fortemente degradante verso il basso come quello di Pordenone. ( per particolari clicca qui )

Nella speranza che gli esempi descritti finora riportati abbiano raggiunto lo scopo di interessare lettori sempre più diffusamente, mi ripropongo di continuare con i prossimi articoli.

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