I SERBATOI DI CARICO DELLE RETI DI DISTRIBUZIONE

lo schema idraulico riportato illustra la soluzione classica degli acquedotti tradizionali e riportati nei testi di acquedottistica quale soluzione di base di tutti gli acquedotti. La rete di distribuzione, stando a i citati principi, dovrebbe essere alimentata sempre da uno o più serbatoi a loro volta riforniti dalle opere di adduzione, I serbatoi , loro volta, alimentano l’utenza svolgendo due compiti essenziali: garantire il rifornimento di tutti gli utenti con una pressione di consegna adeguata ed effettuare la importantissima funzione di compensazione delle portate accumulando durante le ore notturne il volume d’acqua prodotto dalle fonti in eccedenza rispetto alle diminuite richieste dell’utenza per mantenerlo disponibile onde colmare nelle successive ore diurne i consumi di punta.

La dimostrazione che viene dettagliatamente spiegata si basa esaminando in particolare il funzionamento del giorno di massimo consumo essendo stabilito ( del tutto erroneamente ) che risolto tale problema siano risolti tutti i problemi del sistema acquedottistico in esame. Questo assunto verrebbe paragonato ad esempio al dimensionamento di un pronte stradale nel quale, una volta stabilito il carico massimo che si prevede possa transitare sulla strada e se dimensionato in base a tale presupposto ,il ponte sia a fortiori atto al transito di qualunque altro carico inferiore.

Si deve però osservare come i due esempi non siano affatto paragonabili tra di loro poiché un acquedotto ha necessità di osservare con l’esercizio molte altre condizioni.

I vari articoli del sito si diffondono nelle spiegazioni di talio condizioni e nelle varie soluzioni proposte per la loro soluzione.

In questa sede farà riferimento soltanto alle due irregolarità macroscopiche.

La prima critica da fare riguarda la congruità della pressione facendo rilevare subito una discrepanza: l’acqua viene consegnata con pressioni inutilmente elevate durante i periodi di basso consumo mentre la pressione cala proprio quando l’utente avrebbe bisogno che essa fosse al suo massimo valore. In secondo luogo, anche se correttamente dimensionati per il giorno di massimo consumo, non possono effettuare la compensazione delle in tutte le altre giornate dell’anno di minor consumo le quali rappresentano la gran parte delle ore annue.

Sui due argomenti appena elencati si basa la quasi totalità del contenuto del sito

ISOLA D’ELBA – UN GRANDE SERBATOIO DI ACCUMULO D’ACQUA POTABILE – RAZIONALITA’ E MANCANZE GRAVI

La risoluzione dei problemi di alimentazione di acqua potabile dell’Isola d’Elba da molti anni appassionano l’autore di questa nota e lo hanno indotto a un intenso impegno che inizia con la redazione di un progetto di massima che, pur non essendo mai stato realizzato, ha incontrato e incontra tutt’ora il favore di molti enti e personalità elbane anche in vista dei grandi problemi che non sono ancora superati nonostante le opere già realizzate e quella in corso di esecuzione.

L’interesse di chi scrive ed immagino anche quello dei lettori, è fortemente stimolato da avvenimenti che appaiono, sia positivamente che negativamente straordinari.

Come già indicato nei citati articoli l’Ente gestore degli acquedotti aveva progettato, essendo ben conscio che la soluzione non può che derivare da un grande accumulo dell’acqua il quale, durante il periodo autunno-invernale in cui piove abbondantemente e grazie alla sua capacità di invaso totale pari ad oltre due milioni di mc, risulterebbe atto a rendere l’Isola autonoma rinunciando alle dispendiose  forniture d’acqua proveniente dalle fonti della Val di Cornia poste sul continente.

Nonostante il sottoscritto fosse andato personalmente ad illustrare all’ente gestore il proprio progetto con il quale questo risultato sarebbe stato vantaggiosamente raggiunto mediante la costruzione di una galleria-serbatoio interamente sotterranea, l’ente gestore stesso, seguendo una via completamente diversa e ritenuta migliore, ha effettuato progettazione, finanziamento ed inizio di costruzione di una serie dI piccoli laghetti sparpagliati in lungo ed in largo nell’Isola la cui capienza totale ammonta al richiesto volume totale utile di due milioni di mc di acqua. Fermo restando l‘encomiabile scopo finale delle opere che è quello di rendere l’Elba autosufficiente grazie all’accumulo delle acque di pioggia invernali che costituisce l’elemento fondamentale in ambedue i progetti, sono notevoli le diversità delle due soluzioni ed è evidente come il sottoscritto fin dalla prima conoscenza delle intenzioni reali e soprattutto da quando sono iniziati i lavori di costruzione del primo laghetto denominato “Condotto”, si sia prodigato a radere nota con mezzi giornalistici e blog locali la sua contrarietà mettendo in risalto la pericolosità sia funzionale che igienica dei laghetti dal me stesso ribattezzati con il nome significativo di “Pozzanghere”. Le perplessità derivano dai problemi di tenuta idrica e di possibile inquinamento dei laghetti che dovevano sorgere su terreni di diversificate qualità ed inoltre quelli di trattamento di acque sparpagliate in diversi punti lontani tra di loro senza possibilità di unificazione.

Pur trattandosi di problematiche tutte da verificare, le critiche del sottoscritte si basavano su alcuni punti fondamentali dei quali mi limito a specificarne uno soltanto che è quello della impermeabilità e cioè della tenuta idraulica del fondo lago. A sostegno della sua tesi il sottoscritto specificava su alcune note dei blog locali l’esperienza fatta nella costruzione degli sbarramenti montani per costituzione di bacini idroelettrici nei quali è sempre prevista la necessità di affiancare alla diga di sbarramento grandi diaframmi di impermeabilizzazione delle rocce sia alle spalle e sia sul fondo costituiti da profonde perforazioni ed iniezione di cemento sciolto in acqua e prolungate fino a rifiuto. Ora nei laghetti di cui sopra non era previsto e non è stato realizzato alcun diaframma per cui, ad avviso dello scrivente, risulta molto probabile una grande perdita d’acqua.

Ora si è potuto veramente verificare la tragica corrispondenza delle mie negative previsioni con la realtà. Infatti, stando ai progetti in questo periodo immediatamente successivo al periodo autunno-invernale il laghetto dovrebbe trovarsi pieno fin al livello di massimo invaso e quindi pronto a contribuire , grazie ai suoi 65000 mc di acqua accumulata, a coprire le imminenti punte di consumo estivo. ma ciò non risulta fattibile poiché il laghetto è invece completamente vuoto. Nella foto allegata si noti l’idrometro giallo inutilmente proteso vrso l’alto per misurare quei livelli d’acqua che in questo periodo primaverile dovrebbero essere elevati mentre sono inferiori allo zero idrometrico

Le conclusioni dello scrivente sono così ovvie da risultare quasi superflue.

I difetti dell’opera, che si ha ragione per ritenere si ripeteranno anche nei futuri 20 altri laghetti del tutto simili, dono i seguenti:

– scadente tenuta idraulica del fondo e delle pareti dovute alle mancate indagini e carotaggi e soprattutto alla assenza del diaframma di impermeabilizzazione della roccia in corrispondenza della diga di ritenuta. Ne derivano fortissime perdite che si aggiungono a quelle provocate dall’insolazione

– nessuna garanzia sulle possibilità di inquinamento dell’acqua dovuta ad immissioni superficiali vista anche l presenza di vicine attività industriali (grande impianto di produzione di calcestruzzi) ed anche dovuta ai materiali depositati anni or sono sul fondo della ex cava,

difficoltà e costi esorbitanti per la necessaria potabilizzazione delle acque rimaste per mesi all’aria aperta ed accessibili da insetti ed animali vari tenuto conto che in futuro si dovrebbero trattare depositi idrici in numero esorbitante ed ubicati a notevole distanza l’uno dall’altro.

Pur trattandosi di elemento di minore importanza fa impressione la disposizioni di progetto in base alla quale il riempimento del laghetto “Condotto” avrebbe dovuto avvenire anche con l’immissione delle acque dei pozzi dell’acquedotto. Ciò avrebbe significato disperdere non solo le acque di pioggia ma anche le preziose e rare acque potabili prodotte in loco.

Anche nelle opere di cui alla presente nota si sta constatando come non sia vero che per gli acquedotti italiani non si impiegano fondi pubblici è bensì vero che i pochi capitali disponibili vengono sciupati in opere non razionali mentre dovrebbero essere impiegati prima di tutto in una buona progettazione preceduta dalle necessarie indagini ed approfondimenti, con esecuzione preventiva di prove, sondaggi, analisi ecc.

RETE INTEGRATA

RETE ACQUEDOTTISTICA INTEGRATA NEL TERRITORIO



1) PREMESSA

L’alimentazione idrica dei territori pianeggianti risulta razionalmente risolta tramite le reti di distribuzione magliate in uso con risultati soddisfacenti nella gran generalità dei casi. Non é così per le aree montane, collinari o comunque altimetricamente variegate che presentano problemi cui non si é ancora trovato adeguata soluzione tanto é vero che si é sovente costretti a far funzionare la rete di distribuzione con pressioni eccessivamente elevate ma necessarie per vincere i dislivelli altimetrici del territorio salvo poi riportarle entro valori compatibili con l’uso tramite le valvole di riduzione di cui sono muniti gli allacciamenti privati d’utenza delle aree depresse.
Ne é derivata una notevole semplificazione costruttiva degli impianti idrici generalmente costituiti da reti unificate anche in presenza d’aree abitate poste a grandi dislivelli altimetrici l’una dall’altra, cui fanno riscontro inconvenienti di vario genere primo fra tutti quello che costituisce una vera piaga dei moderni acquedotti comprendente tra l’altro una perdita occulta d’importanti volumi d’acqua.

In questa sede non viene considerato l’intervento molto diffuso della distrettualizzazione in quanto considerato da chi scrive come un placebo che ha avuto successo soltanto per l’incapacità di ricorrere ad altri metodi per ridurre le perdite ( vedere la distrettualizzazione ). 
Gli acquedotti  di cui si parla sono quelli muniti di rete interconnessa e cioè non sottoposta alla frammentazione imposta dalla pratica della distrettualizzazione.

Scopo del presente lavoro é la descrizione degli  inconvenienti  indicati e la formulazione d’alcune ipotesi di una rete di distribuzione atta al funzionamento ottimale qualunque sia l’andamento altimetrico del suolo del territorio alimentato.
Poiché i problemi da risolvere sono, come detto, quelli dei territori aventi notevoli dislivelli altimetrici, é su di loro che viene incentrata gran parte della trattazione. Si vedrà nella parte finale dell’articolo come le opere proposte siano atte all’alimentazione idrica anche dei territori pianeggianti.


2) DIFETTI DELLA RETE UNIFICATA

Il funzionamento ad alta pressione é facilitato quando le fonti di un acquedotto si trovano a quote così elevate da consentire l’alimentazione a gravità dell’intera rete di distribuzione di tipo unificato per tutta l’estensione del territorio da servire. Sussistono anche in questo caso gravi problemi quali la necessità di impiegare tubazioni ed apparecchi in grado di sopportare l’anomala pressione, l’usura cui sono necessariamente sottoposti gli impianti, la possibilità tutt’altro che remota dei frequenti guasti che una pressione così alta e soprattutto le relative sovrappressioni per colpi d’ariete, provocano. Ma sono le rilevanti perdite occulte che sempre si verificano in reti di questo tipo a giocare un ruolo fondamentale ed altamente dannoso. Occorre rilevare come la loro presenza rappresenti la condizione “sine qua non” per questi tipi di reti in quanto sono le perdite stesse, e la notevole portata che comportano in condotta, ad impedire che, in presenza di consumi nulli o molto bassi dell’utenza, la rete si metta in idrostatica e quindi sottoponga le zone poste alle quote inferiori a pressioni inaccettabili. In pratica la percentuale di perdita d’acqua delle reti di cui si discute raggiunge e supera il 50% dei volumi immessi rappresentando un onere assolutamente ingiustificato, soprattutto in considerazione della scarsità d’acqua che incombe sulla moderna società.
Ma é nelle reti a sollevamento meccanico che si registra la situazione paradossale di un servizio che, oltre agli inconvenienti citati, accusa anche un notevole dispendio energetico dovuto al pompaggio all’alta pressione d’esercizio di cui si discute, pressione che, come già detto, deve successivamente essere in buona parte dissipata!
Sono quelli indicati i motivi che spingono ad una continua ricerca di risoluzioni nuove basate su un razionale uso dei notevoli mezzi che la tecnologia acquedottistica mette a disposizione. Tra tutte, quella che viene qui illustrata rappresenta un modo per affrontare il problema con metodologie mai sperimentate ma che vengono proposte per iniziarne la discussione ed affrontarne la critica con la speranza di giungere ad una possibile soluzione reale.


3) LA RETE PROPOSTA

La rete idrica atta a risolvere i problemi indicati deve possedere i seguenti requisiti principali che, a quanto risulta a chi scrive, non sono mai stati raggiunti a causa delle obiettive difficoltà che sussistono:
a) Una linea piezometrica che, in qualsivoglia territorio sia pianeggiante sia collinare o montano, rimanga parallela al suolo in tutte le condizioni di funzionamento e quindi anche durante i periodi di basso consumo dell’utenza soprattutto notturni;
b) Una pressione di funzionamento sul suolo regolabile in funzione dei consumi e quindi più elevata durante le ore di maggior consumo e, compatibilmente con una alimentazione pur sempre adeguata dell’utenza, più bassa in quelle notturne caratterizzate, oltre che da una più modesta richiesta idrica, anche da minori perdite di carico delle condotte sia stradali che interne alle abitazioni.
Viene esaminata una rete di tipo unificato analoga a quelle citate e comunemente adottate ma dalle quali si distingue nettamente per la presenza di fasce stabilizzatrici poste a quota opportuna ed in linea di massima ogni 50 metri di dislivello. Ogni fascia, avente lo scopo di controllo e regolazione della pressione di rete, é costituita essenzialmente da un serbatoio idropneumatico ad alimentazione propria e da una condotta trasversale di grosso diametro e che si sviluppa all’incirca lungo un’unica curva di livello del terreno e quindi intersecando tutte le condotte longitudinali di rete che, con diametri nettamente inferiori, scendono seguendo, all’incirca, le linee di massima pendenza del suolo. Le caratteristiche del serbatoio idropneumatico, in dettaglio visibili nell’articolo omonimo presente in questo sito sono date, sinteticamente, dalla particolare costituzione della sua vasca che, essendo interamente a tenuta ermetica, é in grado di contenere, oltre ad un gran volume d’acqua, anche, nella sua parte superiore, un notevole cuscino d’aria che gli permette di funzionare a pressione variabile in funzione di quella dell’acqua immessavi dalla condotta d’adduzione e di costituire, al tempo stesso, una riserva d’acqua in pressione pronta ad entrare automaticamente in rete per coprire eventuali picchi di consumo dell’utenza. Sono queste peculiari caratteristiche del serbatoio idropneumatico e la presenza della citata condotta trasversale che, opportunamente regolati dall’impianto di telecomando e telecontrollo, permettono di giungere, come sarà spiegato, agli auspicati risultati.
Sia ad esempio da alimentare, con sollevamento meccanico dell’acqua, un territorio come quello illustrato nella figura 1 e caratterizzato da un dislivello di 130 metri e produzione dell’acqua a quota zero.
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La rete di distribuzione che viene proposta é costituita da due distinti tipi di condotte: di piccolo diametro quelle longitudinali ad andamento che seguono la linea di massima pendenza e di grande diametro quelle trasversali poste tassativamente lungo le varie curve di livello per costituire la chiusura delle maglie e, in alcuni casi, le citate fasce di stabilizzazione della pressione. Una siffatta disposizione delle condotte garantirà, unitamente a particolari modalità d’alimentazione idrica, un sufficiente parallelismo tra linee piezometriche e profilo del suolo anche per condizioni di funzionamento molto diversificate.
Le tre fasce stabilizzatrici ed i relativi serbatoi idropneumatici sono, nell’esempio, posti rispettivamente a quota 30, 80 e 130 metri e ognuno di loro é in grado di rifornire la rete con una pressione che può andare, in normale esercizio, da un minimo di 15 ad un massimo di 60 metri circa rispetto al suolo dove é ubicato il serbatoio stesso, ma che, in caso d’emergenza, può variare a piacere. Sarà la centrale di sollevamento, tramite i gruppi di pompe e le relative condotte d’adduzione di cui é dotata, uno per ciascun serbatoio idropneumatico e regolati dall’impianto di telecomando e telecontrollo, a fissare la pressione che di ora in ora ogni serbatoio deve mantenere essendo il loro funzionamento asservito alle pressioni reali della rete.
In alcuni casi i serbatoi inferiori risulteranno sempre alimentati dalla rete che li sovrasta la quale ricorre a detto artificio per regolare la sua pressione sempre esuberante rispetto al fabbisogno. Da quest’ultimi serbatoi, i quali, per quanto spiegato, possono anche essere privi di condotta adduttrice, pescheranno alcune pompe sussidiarie di sollevamento regolate in modo da far lavorare in maniera opportuna il serbatoio d’aspirazione stesso.
A questo punto é importante rilevare come sia la pressione della fascia stabilizzatrice a fissare l’andamento della superficie piezometrica, variando di conseguenza la portata in uscita o, al limite, anche in entrata nel serbatoio idropneumatico.
Allo scopo la rete sarà munita di strumenti per la misura e la trasmissione in tempo reale alla centrale di sollevamento di tutti i dati di funzionamento ed in particolare delle pressioni nei punti caratteristici della rete, le portate e pressioni in uscita o in entrata nei serbatoi idropneumatici e dalla centrale di sollevamento, i livelli dell’acqua all’interno di tutti i serbatoi. Per dare possibilità di adeguare la rete alle condizioni reali di funzionamento alcune delle condotte longitudinali in pendenza saranno di diametro superiore a quello di dimensionamento teorico e saranno munite di valvola servocomandata che sarà mantenuta normalmente chiusa o strozzata a seconda delle necessità reali.
La rete descritta sarà dimensionata in modo da soddisfare, sotto la supervisione dell’impianto centrale di telecontrollo e telecomando, le seguenti condizioni:
-Durante i periodi di richiesta minima notturna, il serbatoio superiore dovrà immettere in rete la quasi totalità dell’acqua necessaria nel mentre il suo flusso percorrendo l’intera estesa delle condotte longitudinali che, come già precisato, sono di piccolo diametro, assumerà una superficie piezometrica parallela al suolo e ad un’altezza minima da esso data la bassa pressione in cui sono mantenuti i serbatoi. L’andamento di detta superficie piezometrica sarà garantito dalle tre fasce chiamate appunto stabilizzatrici le quali, mantenute appositamente a bassa pressione, interverranno fornendo o ricevendo acqua dalla rete a seconda che questa tenda ad assumere rispettivamente livelli inferiori o superiori di quelli desiderati. Il tutto sulla base delle pressioni reali misurate nei punti caratteristici dell’intera rete e trasmessi in tempo reale al centro.
– Quando si arriva all’orario in cui cominciano ad aumentare i consumi dell’utenza, l’impianto deve riportare le pressioni in rete alle quote prefissate per tale orario e detto risultato viene ottenuto aumentando via via le pressioni ai vari serbatoi idropneumatici e curando che, di ora in ora, siano assicurate ai nodi di rete le quote prefissate indipendentemente dalla portata richiesta dall’utenza. Anche in questo caso l’andamento della superficie piezometrica sarà assicurato dalle fasce stabilizzatrici alla cui pressione si adegueranno le condotte collegate variando, di conseguenza, la portata che esse prelevano o immettono nei vari serbatoi.
Nell’ora di massimo consumo i serbatoi tenderanno a portarsi verso le pressioni più alte allo scopo di adeguare le pressioni rilevate in rete ai valori loro prefissati per tale orario e ciò indipendentemente dalla portata realmente richiesta nella giornata in esame.
In definitiva il funzionamento della rete é basato sul mantenimento di una superficie piezometrica sempre sufficientemente parallela al suolo, bassa nelle ore di minor consumo e che aumenta man mano fino ad assumere il suo valore più elevato nell’ora di punta per poi ridiscendere ai valori minimi durante la sera. Se le opere sono correttamente dimensionate, di notte la portata consumata dall’utenza proviene, in massima parte, dal serbatoio superiore ed accusa perdite di carico perfettamente congruenti con l’andamento altimetrico del suolo. Essendo questa una condizione puramente teorica difficilmente attuabile nella realtà, saranno le fasce stabilizzatrici ad intervenire con modeste correzioni nel mentre, qualora tali interventi risultassero eccessivi, sarebbe sempre possibile adeguare la rete operando sulle valvole di regolazione di cui sono, allo scopo, munite alcune delle condotte longitudinali.
Un elemento da tenere sotto controllo é il volume d’acqua che ogni serbatoio rifornisce giornalmente alla rete in quanto, trattandosi d’acqua soggetta a sollevamento meccanico, i costi energetici sono tanto più elevati quanto é maggiore la quota dei serbatoio di arrivo e di conseguenza la prevalenza manometrica delle pompe. Dovrà quindi essere favorita, tramite una attenta progettazione della rete ed un accurato esercizio degli impianti, l’utilizzazione dei serbatoi posti alle quote inferiori e ridotto al minimo l’intervento di quelli più elevati tenuto presente che quest’ultimi, in tutti i periodi di bassi consumi, immettono nella rete la quasi totalità dell’acqua necessaria ma che, trattandosi appunto di consumi ridotti, i relativi volumi d’acqua sono comunque modesti. Sarà soprattutto durante le ore di maggiore richiesta idrica che, compatibilmente con la pressione di rete tenuta costantemente sotto controllo, occorre far funzionare i serbatoi inferiori alla massima pressione e ridurre quella del serbatoio più alto, il tutto reso possibile dalla grande elasticità del sistema e dalla pronta risposta di ogni serbatoio, in fatto di portata emessa, alla variazione della sua pressione di funzionamento. Da rilevare come l’immissione dell’acqua della rete in uno dei serbatoi più bassi effettuata allo scopo di riportare la pressione di rete stessa ai valori prefissati, non comporta la dissipazione del carico idraulico posseduto in quel momento. Al contrario il volume in entrata mantiene la pressione e resta pronto a tornare in rete direttamente oppure tramite le pompe sussidiarie già citate essendo questa una delle caratteristiche precipue dei serbatoi idropneumatici. E’ evidente la profonda diversità con i normali serbatoi di accumulo per i quali ogni immissione d’acqua dalla rete significa portarla immediatamente a contatto con l’atmosfera e quindi perdere tutto il carico idraulico posseduto. Un’altra caratteristica favorevole del sistema é data dalla compensazione oraria di portata che viene in continuo operata dai serbatoi idropneumatici con conseguente eliminazione delle punte massime di prelievo. La portata da sollevare potrà quindi corrispondere, come valore massimo, alla portata media oraria evitando così di usare la condotta di adduzione con le maggiori perdite di carico che le punte di consumo provocherebbero.


4) LA CENTRALE DI SOLLEVAMENTO

Il cuore di tutto il sistema idrico che viene qui proposto é dato, per le modalità del tutto particolari di esercizio, dalla centrale di sollevamento.
Essa comprenderà, oltre alle apparecchiature di riserva che dovranno assicurare come minimo un’alimentazione di base in caso di guasto delle apparecchiature principali, altrettanti gruppi di sollevamento ed adduzione quanti sono i serbatoi idropneumatici presenti in rete. Ogni gruppo sarà composto principalmente da una pompa a velocità variabile atta a sollevare con buoni rendimenti elettromeccanici l’intera gamma di portate richieste e da una condotta per l’adduzione di tali portate nel serbatoio di competenza. Le pompe a velocità variabile, come meglio spiegato nell’omonimo articolo visibile nel sito , sono delle normali pompe centrifughe che, essendo abbinate ad un dispositivo elettrico di regolazione della loro velocità di rotazione chiamato inverter, possono cambiare automaticamente ed in continuazione portata e pressione dell’acqua sollevata sulla base agli ordini ricevuti dall’impianto centralizzato di comando e controllo.
I serbatoi più bassi, essendo sempre riforniti dalla rete, in alcuni casi, sono privi d’adduzione propria e sono invece muniti di pompe sussidiarie del tutto analoghe alle altre, destinate però a svolgere lo stesso ruolo di regolazione del livello con modalità completamente diverse cioè non tramite immissione d’acqua ma tramite prelievo dal serbatoio idropneumatico di loro competenza. In pratica queste pompe, anch’esse con asservimento alle pressioni dei nodi, aspirano dai serbatoi inferiori ed immettono la portata in quelli superiori regolando di conseguenza la pressione dell’acqua nel serbatoio di presa.
Molto importante l’impianto di telecomando e telecontrollo che sovrintende al funzionamento di tutte le apparecchiature della centrale e di quelle della rete. Il programma di gestione dovrà consentire innanzi tutto che vengano memorizzati i dati di pressione dell’acqua in condotta che di ora in ora si desidera venga mantenuta nei punti caratteristici della rete, dati che si deve poter variare ed aggiornare in ogni momento sulla base dei risultati reali d’esercizio. L’impianto, ricevute in tempo reale le pressioni effettive di rete, provvederà a modificare la velocità di rotazione fino a riportarle al valore prefissato per ognuno dei punti tenuti sotto controllo. Tale risultato dovrà essere ottenuto facendo intervenire per primi i serbatoi più bassi, e solo quando essi si dimostrano insufficienti, via via quelli posti a quota più elevata. Se necessario l’impianto ordinerà la regolazione delle valvole poste su alcune condotte longitudinali allo scopo di ridurre l’intervento del serbatoio superiore soprattutto di notte.


5) ESEMPIO DI RETE INTEGRATA

Le modalità di funzionamento della rete di distribuzione acquedottistica che si vuole qui proporre, sono rese meglio comprensibili con un esempio. Per semplicità viene esaminata una rete composta da una condotta singola posta a servizio di un territorio in pendenza. Il suo funzionamento idraulico é simile a quello di una rete magliata destinata a servire la stessa area per cui identiche risultano le conclusioni che se ne possono trarre. La condotta si svolge lungo la linea di massima pendenza del terreno ed é munita di tre serbatoi idropneumatici posti ad un dislivello di circa 50 metri l’uno dall’altro.

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Nel profilo allegato di figura 2 sono riportati i prelievi e i dati di funzionamento per la portata media giornaliera, per quella massima dell’ora di punta ed infine per quella minima notturna. Si vede come, con la regolazione supposta nell’esempio, siano soddisfatte le due condizioni poste come base dell’intera idea progettuale e cioè una piezometrica sufficientemente parallela al terreno ed una pressione sul suolo regolata in funzione dei consumi e quindi rispettivamente alta, media e bassa per le portate massima, media e minima.
Questi i dati salienti di alimentazione dei tre serbatoi. In quello alto (S3) nelle 24 ore viene addotta, tramite propria condotta adduttrice in derivazione dalla centrale di sollevamento, una portata variabile da 28 l/sec a 64 l/sec con una pressione di pompaggio che va da un minimo di 169 m circa ad un massimo di 231. In quello medio (S2) una portata da 17 a 84 l/sec con una pressione da 113 a 189 m e quindi notevolmente inferiore di quella precedentemente indicata per S3. Nel serbatoio inferiore (S1) per la portata massima dell’utenza si ha un’adduzione di 31 l/sec. ad una pressione di 103 m. circa, per la portata media l’acqua in arrivo da monte (1 l/sec.) è quasi nulla a fronte di quella in uscita dal nodo(13 l/sec) per cui l’adduzione ammonta a 12 l/sec. circa mentre per i consumi minimi il serbatoio riceve dalla rete una portata di soli 9 l/sec. (13 – 4) ad una pressione di 61 m. atta a dissipare il carico in eccesso e riportarla quindi entro i valori prestabiliti. Sarà quindi munito di proprio impianto di risollevamento, non indicato nel profilo di fig. 2, che immette quest’ultima portata nel serbatoio medio (S2) con pompaggio asservito alla pressione di rete.
Si rileva come, generalmente, l’impiego delle pompe risulti congruo con una buona economia energetica di sollevamento in quanto i volumi d’acqua addotta sono equamente distribuiti tra i due serbatoi superiori con leggera prevalenza di quello più basso (S2), nel mentre é modesto il volume che, di notte, la rete immette nel serbatoio inferiore (S1) e che, pertanto, deve essere risollevato.
Sussiste un ulteriore fattore che gioca a favore del risparmio energetico dato dall’assenza di picchi di portata dell’acqua da sollevare e quindi delle maggiori perdite di carico, dovuto alla azione di compensazione oraria normalmente svolta dai serbatoi idropneumatici grazie alla quale la portata massima pompata é la Q media oraria.
Interessante rilevare l’importanza del ruolo svolto dal serbatoio S2 nella regolazione della pressione di funzionamento il quale, a tale scopo, varia continuamente la portata immessa in rete. Nell’ora di punta degli 84 l/sec in arrivo dalla centrale, 20 l/sec escono localmente dal nodo, 16 l/sec entrano in rete verso monte e 48 l/sec verso valle. Con consumi medi vi vengono addotti 62 l/sec dei quali 42 l/sec sono diretti verso valle e 7 l/sec verso monte, mentre la notte, con consumi minimi dell’utenza, riceve virtualmente da monte 12 l/sec per mandarne a valle 25: la portata realmente derivata dalla centrale é, quindi, di 17 l/sec dei quali 4 rappresentano il consumo del nodo.
Poiché le difficoltà maggiori di un circuito come quello dell’esempio sono quelle relative alle portate minori, si è spinta la ricerca fino al limite estremo non attuabile nella realtà cioè al caso, puramente ipotetico, di richiesta nulla dell’utenza riportando nel profilo di fig. 2 i relativi dati di funzionamento e l’andamento della linea piezometrica. Anche in tale ipotesi la piezometrica mantiene un buon parallelismo con i suolo. Ne risulta una portata di 18 l/sec contro i 9 l/sec reali con portate minime notturne, portata che, partendo dal serbatoio superiore, percorre la condotta per l’intera sua lunghezza con dissipazione di tutto il carico posseduto, viene immessa nel serbatoio inferiore per essere poi risollevata nuovamente in alto. Il ciclo si ripete per tutto il tempo in cui la portata prelevata dall’utenza è pari a zero.
Quella che appare evidente nell’esempio é la grande elasticità del sistema che consente molteplici varianti d’esercizio e pertanto, senza bisogno di costruire nuove opere, di adeguare il servizio idrico alle più disparate necessità contingenti come sarebbero pressioni di esercizio in tutto o in parte diverse da quelle indicate in profilo. Qualora lo si volesse, si potrebbe anche mantenere in rete una pressione di consegna dell’acqua costante giorno e notte.
E’ da rilevare inoltre come le scelte operate nell’esempio non siano affatto univoche ma che sussistano varianti atte ad adeguare veramente la rete alle caratteristiche del territorio. Basti pensare alla quota altimetrica di progetto dei serbatoi idropneumatici da cui possono derivare sostanziali differenze costitutive e di esercizio della rete. Nell’esempio i serbatoi sono stati posti ad un dislivello di circa 50 metri l’uno dall’altro. In sede di progettazione esecutiva sono invece da esaminare attentamente tutti gli elementi che influiscono sulle quote potendo scegliere anche un dislivello notevolmente maggiore (ad esempio 100 metri) da uno all’altro come pure uno inferiore come ad esempio 20 soli metri. Nel primo caso si otterrebbero una struttura acquedottistica più semplice e minori spese di costruzione ma un onere di esercizio più elevato dato dalla maggior prevalenza delle pompe e da una maggiore dissipazione di carico idraulico. Nell’altro caso si avrebbero risultati opposti dati dalla grande facilità e possibilità di regolazione che il modesto intervallo altimetrico allora esistente da un serbatoio all’altro e la grande escursione di pompaggio propria delle pompe a velocità variabile consentirebbero di attuare, il tutto a prezzo di un più elevato costo delle opere.
E’ interessante anche esaminare quale sarebbe il funzionamento di una rete di tipo tradizionale che sostituisse, nell’esempio, la rete integrata descritta. Trattandosi di rete unificata l’intera portata dovrebbe essere sollevata alla massima pressione, valutabile in circa 230 metri, non solo di giorno ma anche nei periodi notturni di scarso consumo idrico. Per tutta la durata di questi ultimi l’intera rete tenderebbe a lavorare in idrostatica cioè con una pressione di circa 180 metri e quindi assolutamente inadeguata per le zone basse. Inutile far rilevare come questa sia una condizione puramente teorica in quanto nella realtà sono le perdite occulte che, aumentando tassativamente e vertiginosamente, assicurano una pressione notturna inferiore.
Ciò spiega l’insorgere nella rete tradizionale di tipo unificato dei difetti già elencati e soprattutto le rilevanti perdite occulte che tali reti inevitabilmente accusano.



6) APPLICABILITA’ DEL SISTEMA

Si é visto come la rete integrata descritta nei capitoli precedenti sia atta alla distribuzione dell’acqua in territori ad elevata pendenza del suolo. Si vuole ora far rilevare come le sue doti di grande flessibilità costruttiva e di esercizio le consentano di ottenere lusinghieri risultati qualunque sia l’andamento del terreno da servire.
Esaminiamo il caso, tutt’altro che raro, di una città composta da un’ampia zona pianeggiante a bassa quota dalla quale emergono aree collinari abbastanza elevate. In tale situazione una rete di tipo tradizionale con una superficie piezometrica che segua le bizze del terreno é assolutamente impensabile tanto é vero che vi si rinuncia a priori e si ricorre frequentemente ad una rete unificata funzionante con la pressione necessaria per superare il culmine delle aree collinari nonostante vi trovino origine tutti gli inconvenienti elencati nell’apposito capitolo.
Anche ad una situazione così critica si può porre rimedio con una rete integrata che sia munita di serbatoi idropneumatici ubicati uno su ogni sommità collinare ed uno o più serbatoi dello stesso tipo posti a tutela dell’area pianeggiante.
altratecnica-rete-integrata-3

Come risulta dalla planimetria schematica della figura N. 3 allegata, le condotte longitudinali di rete di piccolo diametro si dirameranno dal serbatoio di sommità a raggiera e seguendo le linee di massima pendenza di ogni collina mentre saranno previste in orizzontale le fasce di stabilizzazione della pressione nelle aree più basse composte, come già spiegato, da condotte di grande diametro per la chiusura delle varie maglie. Anche in questo caso troveranno conferma le ottime caratteristiche della rete integrata che consentiranno, pur in presenza di un territorio così difficile, di realizzare una vera e propria modellazione della superficie piezometrica perfettamente congruente con il suolo di cui segue la complessa configurazione plano-altimetrica.
Molto interessante risulta l’adozione della rete integrata nei grandi e grandissimi agglomerati urbani con notevoli dislivelli altimetrici ma lieve pendenza del suolo e quindi con grande estesa delle aree da servire. In tale evenienza, distribuendo i serbatoi idropneumatici e le annesse fasce di stabilizzazione uniformemente in tutta l’area e ad un dislivello molto limitato uno dall’altro, pari ad esempio a soli 20 metri, é possibile operare con continuità una regolazione fine della superficie piezometrica della rete con ottimi risultati di gestione.
Se, come ripetutamente dimostrato, la rete integrata risulta particolarmente adatta alla alimentazione idrica dei territori altimetricamente variegati, essa si dimostra valida, con una sola riserva, anche in caso di territori pianeggianti. La grande elasticità di esercizio che deriva dall’abbinamento tra serbatoi idropneumatici e pompe a velocità variabile utilizzati secondo le modalità quì riportate, unitamente ad una oculata ubicazione dei serbatoi stessi nel baricentro delle zone abitate dove sono concentrati i maggiori consumi idrici o comunque nelle zone dove si vuole tener sotto controllo la pressione di esercizio, ubicazione in questo caso resa possibile dalla planarità delle aree da servire, conferiscono alla rete integrata dei territori pianeggianti notevoli vantaggi che si aggiungono a quelli elencati per le aree collinari e che sono dati soprattutto dalle ancora più avanzate possibilità di regolazione del pompaggio che dette reti consentono. Resta da sciogliere la riserva rappresentata dalle perdite di carico accusate dalle condotte adduttrici che alimentano i serbatoi idropneumatici il cui ammontare può risultare eccessivo e far propendere, nelle aree pianeggianti di cui si discute, per soluzioni tradizionali basate sulla adduzione dell’acqua tramite la stessa rete magliata e quindi con eliminazione delle adduttrici stesse.
In definitiva si può affermare che la rete integrata che forma l’oggetto della presente nota si presta all’alimentazione idrica di qualsivoglia territorio essendo sufficiente un’attenta ubicazione dei serbatoi idropneumatici e delle fasce di stabilizzazione per ottenere ottimi risultati sia per quanto riguarda le spese energetiche di pompaggio in quanto é possibile graduare in continuità la prevalenza delle pompe, sia per il contenimento delle perdite occulte reso possibile dalla riduzione notturna della pressione di rete, sia per le minori spese di manutenzione della rete che può lavorare sempre a pressioni contenute ed infine nella corretta pressione di consegna dell’acqua all’utenza essendo sempre possibile graduarla in funzione dei risultati che si vuole ottenere. Le sue caratteristiche di esercizio la rendono particolarmente adatta a risolvere i gravi problemi che nascono quando il territorio da servire è altimetricamente variegato.


7) INTEGRAZIONE DELLE RETI ESISTENTI

Nei capitoli precedenti si è illustrata una metodologia innovativa per la costruzione “ex novo” di acquedotti in territori comunque disposti e particolarmente per quelli ad andamento altimetrico variegato.
Nella reale situazione del rifornimento idrico delle nazioni evolute, si rileva come sia molto raro dovervi costruire nuovi acquedotti mentre sussiste un sentito bisogno di sistemare un gran numero di quelli esistenti che, per le ragioni più disparate, accusano i gravi difetti di esercizio di cui si é ripetutamente discusso. Il caso più frequente é quello di servizi idrici, soprattutto se relativi a territori vasti e difficili da alimentare, che sono derivati da una serie d’interventi succedutisi disordinatamente attraverso gli anni per seguire l’evolversi della richiesta idrica. Alcune volte, é stata la scarsa disponibilità economica in fase di realizzazione a provocare le gravi anomalie di costituzione degli impianti.
In tutti questi casi l’adozione della metodologia quì propugnata consente di razionalizzarne le esistenti reti di distribuzione senza modificare la loro costituzione di base. Si tratterà semplicemente di aggiungere al loro interno i serbatoi idropneumatici con le relative fasce di stabilizzazione ubicati in posizione opportuna e di modificare il sistema di sollevamento ed adduzione dell’acqua tramite installazione di pompe a velocità variabile, annesse condotte adduttrici ed impianto di telecomando e telecontrollo, il tutto in ottemperanza alle indicazioni fornite ai capitoli precedenti.
Si fa notare come le fasce stabilizzatrici della pressione da inserire in rete e che dovrebbero svilupparsi, come precedentemente indicato, in orizzontale, possano anche seguire un andamento altimetrico qualsiasi purché ognuna di esse ritorni in quota in corrispondenza di tutte le sue intersezioni e collegamenti con le condotte longitudinali, essendo la condizione sufficiente perché esse conservino la loro funzionalità di base. Questa possibilità facilita la esecuzione delle fasce stabilizzatrici tutte le volte che, soprattutto nelle aree già servite d’acquedotto come quelle di cui si parla, la situazione dei luoghi imponga tracciati che divergono rispetto alle curve di livello prestabilite salvo poi risalire o discendere in vicinanza e parallelamente alle condotte esistenti fino a realizzarne il collegamento esattamente in quota.
Qualora le condotte longitudinali di rete esistente che corrono lungo le linee di massima pendenza del suolo risultassero sovrabbondanti, dovrebbero esservi inserite delle valvole tarabili di riduzione per arrivare, nei casi estremi, alla loro chiusura totale.
Dall’insieme di opere descritte si otterranno risultati notevoli prima tra tutti la completa modellazione della superficie piezometrica di funzionamento che ovvierà al difetto principale e cioè alla inadeguata pressione di consegna dell’acqua.
In definitiva gli interventi di sistemazione di acquedotti esistenti che gli aumentati costi di gestione e le difficoltà di reperimento d’acqua rendono sempre più pressanti e diffusi, costituiscono un vasto settore di applicazione delle metodologie quì propugnate.
Da rilevare come l’inserimento delle nuove opere in un abitato sia facilitato dal fatto che esse non contemplano manufatti fuori terra ma solo condotte di adduzione e serbatoi idropneumatici la cui ubicazione ideale è nel sottosuolo e quindi senza problemi di impatto ambientale. Ben diversa e, ad avviso di chi scrive tecnicamente errata, la soluzione molto spesso adottata per ottenere gli stessi risultati mediante edificazione di serbatoi pensili. La loro presenza nelle città, oltre all’ingombro di opere alte una trentina di metri, comporta, dal punto di vista idraulico, risultati di esercizio completamente diversi da quelli auspicabili e cioè una piezometrica fissa per qualsivoglia richiesta idrica dell’utenza il che significa contravvenire ad un regola fondamentale di corretto esercizio. Essa provoca inoltre, per i consumi minimi, lo sfioro di rilevanti volumi della sempre più preziosa acqua resi necessari per riportare la piezometrica al valore prefissato.


8) CONCLUSIONI

Le difficoltà ed i poco confortanti risultati di esercizio, primo tra tutti la persistenza di perdite occulte elevatissime, fanno annoverare gli acquedotti a servizio delle aree montane, collinari o comunque ad andamento altimetrico molto vario, tra i più difficili da realizzare e gestire.
Nell’articolo, dopo un’accurata disamina dei difetti presenti nei sistemi acquedottistici in tali casi comunemente adottati, si descrive una rete di distribuzione di nuova concezione, basata essenzialmente sull’abbinamento tra pompe a velocità variabile e serbatoi idropneumatici ed opportunamente definita “integrata” in quanto si adatta perfettamente al territorio servito. Nell’articolo si dimostra come essa sia atta ad effettuare una corretta ed economica alimentazione idrica di territori aventi una qualsivoglia configurazione altimetrica ma particolarmente di quelli caratterizzati, appunto, da notevoli dislivelli del suolo. Sono illustrate, con l’ausilio di schemi e profili piezometrici, le caratteristiche costruttive e di esercizio delle opere mettendo in risalto i vantaggi ottenibili e resi ancora più evidenti dal raffronto tra rete integrata e reti tradizionali.
Viene messo in evidenza come la nuova metodologia possa trovare un utilissimo impiego anche nella razionalizzazione di reti di distribuzione esistenti e funzionanti, soprattutto in aree altimetricamente variegate, in modo anomalo.
La dimostrazione, presente alla fine dell’articolo, che le opere proposte sono atte a svolgere un ruolo fondamentale anche per l’alimentazione di territori pianeggianti, non può che far crescere l’interesse per gli innovativi schemi idrici proposti anche se meramente immaginari e quì indicati al solo scopo di promuovere la ricerca di soluzioni valide di problemi così importanti e a tutt’oggi mai risolti come sono quelli evidenziati.


Bibliografia

– M. Meneghin – Il serbatoio idropneumatico – L’ACQUA n. 2/2003

– M. Meneghin – L’utilizzazione delle elettropompe a velocità variabile negli acquedotti – L’ACQUA n. 6/2004

– M.Meneghin – Fabbisogno, consumi, portate e perdite nella pratica di esercizio delle reti di distribuzione d’acqua potabile a sollevamento meccanico – L’ACQUA n. 4/1999

– M. Burin – Le réservoir hydropneumatique de Chantilly – Tecnique e Sciences Municipales – Mars 1969

– J.Cheron – Resérvoir pression de grande capacité – T.S.M. L’Eau octobre 1988

aggiornato novembre 2005

LA RAZIONALIZZAZIONE DEGLI ACQUEDOTTI

UNA QUESTIONE DI PRIM’ORDINE MAI RISOLTA

Nel n. 4/2017 de “L’Acqua”, organo ufficiale dall’Associazione Idrotecnica Italiana, è pubblicato un articolo del sottoscritto avente lo stesso titolo di questa nota. Vi trovano posto i problemi più volte da me  trattati in questo sito ma con una novità di rilievo. Per la prima volta, almeno stando alle mie conoscenze, la mia ferrea critica nei riguardi della distrettualizzazione acquedottistica, viene presentata fin dal  testo introduttivo della rivista  redatto dal Direttore Responsabile Dott. Armando Brath  senza formulare una dissociazione specifica e marcata dallo scottante tema ” distrettualizzazione“, ma invece rimarcandone la  trattazione  con le seguenti testuali parole :

La Sezione è chiusa da una nota di Meneghin sui sistemi acquedottistici, in cui viene esposta una visione critica degli usuali interventi di razionalizzazione delle reti, in particolare la distrettualizzazione; a giudizio dell’autore, invece, un uso intensivo e pervasivo del telecontrollo è l’unica via da percorrere per la razionalizzazione e per un effettivo efficientamento del funzionamento delle reti acquedottistiche. “

Da notare come nell’articolo io non dia luogo alla facile contestazione del danno di spezzettamento delle reti acquedottistiche che la distrettualizzazione, provoca  ma invece come vi  sostenga  una questione di principio in base alla quale i problemi degli acquedotti dovrebbero venire risolti operando una rivoluzione generale che riguardi  tutti i suoi componenti a partire dagli impianti di sollevamento, per arrivare all’ottimale accumulo nei serbatoi di compensazione a terra, alla immissione nella rete dell’acqua in diretta a pressione regolata e quindi alla eliminazione delle vasche di carico ed infine  ad una diversa conformazione della rete tramite condotte molto interconnesse. Nel mio articolo appare chiaramente che la distrettualizzazione si assume la colpa di  impedire che nemmeno in un futuro lontano si dia inizio alla citata rivoluzione   vista la  falsa immagine che viene diffusa e che considera  già risolti i problemi degli acquedotti grazie alla  distrettualizzazione  medesima.

Da rilevare come fino al giorno d’oggi nessun  mio articolo che  mettesse in dubbio la validità della nuova modalità compositiva della rete di cui si tratta, trovava ospitalità in pubblicazioni tecniche ufficiali non essendo ammissibile che una tecnica, imposta dalla legge e largamente usata come quella in oggetto, potesse essere messa in discussione. Ne facevano e fanno tuttora  fede i risultati effettivamente ottenuti nei sistemi idropotabili anche di grandi dimensioni dove la sua applicazione pratica  è molto diffusa. E’ facile controbattere che prendere come campione di riferimento un acquedotto caratterizzato dalle disfunzioni peggiori e poi da questo confronto definire ottimale la soluzione scelta, costituisce un falso bello e buono: un risultato può ritenersi  valido solo se è derivato  dal confronto con un acquedotto di normale funzionalità o meglio ancora quando si dimostra più efficiente rispetto di un sistema aggiornato secondo le nuove tecnologie. Nel  caso in questione  la dichiarazione  costituisce solo un grave contributo alla perpetuazione di acquedotti di concezione obsoleta ed all’allontanamento nel tempo della loro rinascita tecnico economica.

In definiva il veder pubblicate le mie idee su una rivista qualificata come L’Acqua rappresenta  per mè   una vera soddisfazione cui và  ad aggiungersi la citazione introduttiva svolta dal Direttore Responsabile e che io considero nettamente positiva. con la viva speranza che il tutto contribuisca all’applicazione pratica delle innovative proposte formulate.

Chi volesse prendere visione dell’articolo completo di figure può farlo ricercando o sul sito algtratecnica.it

PS. Pubblico le osservazioni sul  mio articolo da parte di un qualificato professore universitario

Ho letto con immenso interesse e piacere la sua memoria che condivido totalmente.

La sua memoria riflette le attuali direzioni della ricerca più avanzata, ed è giustamente provocatoria, come è giusto che sia per smuovere l’inerzia al cambiamento e movimentare le risorse economiche che sarebbero necessarie.

La distrettualizzazione, come lei giustamente scrive, è una soluzione di compromesso, ma se siamo nel contesto di una memoria atta a spiegare le modalità di gestione auspicabili, la distrettualizzazione non può essere premiata, non solo perché funge da placebo, ma anche perché viene fatta su reti topologicamente complesse e ne aumenta la complessità… è solo un compromesso tra costi e funzione ancora per ora accettabile.
In ogni caso per modernizzare il sistema acquedottistico, obsoleto, bisogno fare un salto e pensare out of the box con soluzioni razionali combinate ai moderni vantaggi tecnologici (e con le giuste risorse economiche destinate).

La sua memoria andrebbe esaltata, non censita così superficialmente.

IL CAOS DELLE RETI ACQUEDOTTISTICHE DEI TERRITORI MONTANI – I DIFETTI – I RIMEDI

Qualunque persona, anche se completamente digiuna di tecnica acquedottistica ma che avesse modo di esaminare uno schema di rete come quello allegato che tuttavia è la rappresentazione veritiera degli acquedotti dell’Isola d’Elba, non potrebbe evitare di giudicarlo un ammasso caotico ed incomprensibile di strutture di vario tipo.

Esempio di rete acquedottistica classica di territrio montano. Schema altimetrico

Per i tecnici di acquedottistica preciso che lo schema è un valido esempio di una situazione che si ripete infinite volte in complessi abitativi con popolazione di 30000 abitanti come è l’Isola d’Elba od anche più popolosi purché ubicati, come l’Isola citata, in territori altimetricamente variegati. Intendo affermare che di fronte ad un’area abitata con dislivelli continui del suolo, molto scosceso e con alternanza di quote altimetriche molto disparate, se vi si utilizzano le tecniche appartenenti al passato, non si può far altro che ripetere lo schema classico il quale comprende e ripete, zona per zona idraulicamente omogenea, un serbatoio di accumulo e di carico della rete ed una o più condotte che lo alimentano dal basso. Il problema nasce nell’esercizio di un insieme del genere che non può che essere caratterizzato dalla difficoltà di funzionamento dei serbatoi ed in genere dalla casualità  che lo distingue. Infatti nella maggioranza dei casi i serbatoi sono regolati da galleggianti che fermano l’immissione quando sono giunti al loro massimo livello di invaso per riprenderla non appena ha inizio lo svuotamento con il risultato di avere invasi quasi sempre al loro massimo livello. Questo modo di funzionare, chiamato appunto “al massimo livello”, esclude la vera funzione dei serbatoi che dovrebbe essere quella di riempirsi quando la disponibilità idrica è superiore al fabbisogno per vuotarsi in occasione delle richieste di punta. Nella realtà, nei giorni di scarsità idrica i serbatoi essendo come detto casuale il loro funzionamento, si vuotano prima del momento di massima richiesta e quindi durante periodi nei quali il loro intervento non sarebbe richiesto. Viceversa quando arriva la crisi essi sono già vuoti e quindi non sono più in grado di dare il proprio contributo. In sintesi si può affermare che sono serbatoi con gravi difetti di funzionamento.
All’inconveniente legato ai serbatoi si deve aggiungere la difficoltà dell’insieme in oggetto, sia pur mitigata quando sono presenti collegamenti rapidi di verifica e di regolazione degli impianti e delle reti fatti a distanza, purtuttavia assai difficoltose trattandosi di una moltitudine di apparecchiature in genere molto piccole ma tutte da tenere sotto controllo.
In questa nota si vorrebbe lanciare una soluzione diversa sicuramente non accettata dai gestori di acquedotti e criticata dagli studiosi di acquedottistica ma che viene ugualmente proposta per aprire la discussione di un tema interessante.

Profilo schematico di alimentazione idropotabile di centri abitati

La nuova soluzione si basa sull’eliminazione delle modalità di alimentazione delle reti a mezzo vasche di carico, imponendo in alternativa il pompaggio diretto in rete a pressione regolata in funzione del fabbisogno ed in linea di massima con alta pressione di consegna dell’acqua all’utente limitata ai momenti di alto consumo mentre si abbassa al decrescere dei fabbisogni per diventare molto esigua la notte quando i consumi si avvicinano a zero. Questo risultato, assai facile da raggiungere in territori pianeggianti dove lo si ottiene molto semplicemente tramite la regolazione della pressione di immissione in rete, non lo è affatto nel caso in esame dove tale regolazione costituisce soltanto un primo intervento che deve essere seguito da ulteriori regolazioni di dettaglio in rete.
Nel grafico schematico  allegato e che costituisce un esempio tipico di dimensioni minute ma che può essere ripetuto all’infinito, si esamina la regolazione primaria dell’insieme. Si suppone di costruire un sistema principale di adduzione comprendente, in partenza un impianto di sollevamento dell’acqua composto da pompe a velocità variabile in grado, prelevandola dalle fonti, di immettere nella condotta di adduzione primaria e ad una pressione regolabile, delle portate anch’esse variabili dal valore minimo a quello massimo di previsione. Tale condotta, ad andamento pressoché orizzontale e quindi percorrente all’incirca una unica curva di livello del suolo, ad intervalli razionalmente definiti si interrompe per alimentare dei serbatoi idropneumatici interrati interrati di accumulo e funzionanti a livelli imposti ora per ora . ( Vedi articolo la regolazione dei serbatoi)

A valle di ogni serbatoio idropneumatico  si trova un ulteriore impianto di sollevamento, anch’esso a pressione e portata variabile,  atto a far proseguire la portata via via necessaria per l’alimentazione dell’utenza posta verso valle in modo che tutto il comprensorio da alimentare risulti munito di un sistema di adduzione e compensazione delle portate ubicato nella fascia di terreno di quota più bassa.
Con le modalità indicate viene realizzato un sistema di adduzione primaria il quale, grazie alla presenza di pompe a velocità variabile e dei serbatoi regolati a livelli preimpostati, adduce giorno per giorno una portata che si avvicina al valore medio della giornata operandone il riempimento notturno e, sia in giorni di grande consumi sia negli altri, il loro totale svuotamento diurno. La regolazione dei livelli dei serbatoi idropneumatici viene effettuata , in caso di necessità di riempimento, tramte una duplice operazione e cioè aumento della portata dell’impianto di sollevamento di monte con contemporanea diminuzione di quello di valle. In caso di necessità dai diminuzione del livello sono sempre i due impiantì di sollevamento ad intervenire con modalità opposte. La regolazione viene viene attuata automaticamente dall’impianto di telecomando e telecontrollo.
Riguardando un mero esempio schematico la disposizione della figura può essere ripetuta più e più volte fino a copertura di tutto il territorio montano da servire d’acqua potabile.
Come si nota dallo schema, la nuova soluzione contempla un criterio di unificazione di tutte le diramazioni ognuna delle quali si diparte dalla condotta adduttrice principale ed alimenta un solo centro urbano anche se ubicato lontano ed anche se a quote molto elevate. In questo modo si ottiene uno schema semplificato con sollevamenti tutti ubicati a bassa quota. E’ però possibile che in determinate parti del territorio di ubicazione ed altimetria particolare, sia da preferirsi uno schema idrico diverso basato non già sul prelievo dalla adduttrice principale di bassa quota bensì da una diramazione secondaria che già provvede al recapito dell’acqua in posizione più favorevole. In questo caso non resta che ripetere lo schema con la sola variante che riguarda il punto di prelievo il quale, come già precisato, si diparte da una condotta secondaria.
L’alimentazione di ogni singolo centro cittadino, naturalmente posto in quota più elevata come risulta chiaramente dallo schema, è delimitato da un confine teorico che comprende l’insieme di abitati idraulicamente omogenei e quindi  atti ad essere alimentati cumulativamente a pressione e portata regolate in funzione del fabbisogno ed ha luogo mediante una condotta in derivazione dalla descritta adduttrice primaria e munita di propria pompa di sollevamento anch’essa a velocità variabile e quindi in grado di fornire una pressione elevata durante i periodo di alto consumo ma che diminuisce in tutti gli altri casi. Tale risultato è ottenuto imponendo due tipi di regolazione la prima delle quali consiste semplicemente in un sistema di sollevamento-distribuzione con  una pompa a velocità variabile la quale, prelevando direttamente dall’adduttrice primaria prima descritta, alimenta la rete locale mantenendo in prima approssimazione la variabile pressione di esercizio entro limiti ben definiti. Nel caso il dispositivo risulti insufficiente per la razionalità di esercizio dell’area di appartenenza, quest’ultima sarà dotata anche di apparecchiature di secondo grado, attuate mediante valvole automatiche di riduzione della pressione. Al contrario se i confini saranno scelti accuratamente e se il territorio lo renderà attuabile, non sarà necessario alcun ulteriore apparecchiatura di regolazione al di fuori della pompa di alimentazione di cui si è detto .
Tutti i sollevamenti sono del tipo ad immissione diretta in rete, controllati e regolati in tempo reale dal sistema di telecomando e telecontrollo centralizzato e saranno corredati  delle apposite apparecchiature di attenuazione dei colpi d’ariete come casse d’aria, valvole di ritegno a membrana e soprattutto condotte by pass atte ad evitare lo stacco di vena o l’inversione di moto dell’acqua nelle condotte di immissione.
Si noterà la grande differenza che esiste rispetto ai sistemi classici di derivazione dell’acqua da una adduttrice come quella descritta. In tali sistemi viene sempre realizzato lo stacco tra condotta adduttrice e prelievo delle pompe ed infatti viene normalmente costruita una vasca di aspirazione delle pompe alimentata dalla condotta principale di adduzione e pertanto distruggendo tutto il carico della portata immessa. Nel sistema proposto siamo invece i presenza di derivazione in diretta dalla adduttrice con conseguente rinuncia alla sicurezza data dal citato stacco idraulico ma con il favore di una riutilizzazione completa del carico proprio della adduttrice. Si ottiene una notevole economia nella energia di pompaggio cui fa riscontro la necessità di applicare le apparecchiature già indicate ed atte alla attenuazione dei colpi d’ariete trasmessi in rete.
Per particolari relativi alle modalità di pompaggio diretto in rete vedasi gli articoli “Il progresso nella regolazione dell’immissione diretta nella rete di distribuzione tramite pompe a velocità variabile”

L’elemento negativo del sistema , dovuto alla perentoria e totale eliminazione delle vasche di  aspirazione delle pompe e di carico della rete a seguito della quale viene a mancare, come detto, lo stacco idraulico tra pompa e rete, è rappresentato dalla possibilità di violenti colpi d’ariete immessi in rete dal pompaggio. Si deve però tenere ben presente che sussistono metodi pratici e di sicura protezione dati da casse d’aria, valvole a membrana elastica poste subito a valle delle pompe e soprattutto da condotte by pass che impediscono lo stacco di vena o l’inversione del moto dell’acqua in condotta.
Numerosi sono invece i vantaggi che derivano dalle impostazioni descritte. Da rilevare in particolare la razionalità dell’alimentazione di base che effettua pompaggi ridotti al minimo come numero, regolati costantemente in funzione del fabbisogno ed inoltre con riutilizzazione del carico idraulico residuo preesistente nella condotta di spirazione  il che riduce notevolmente le perdite occulte di rete. Rilevante l’economia energetica e la razionalità che si ottengono grazie alla diminuzione di altezza manometrica di pompaggio durante le notti ed in genere i periodi di basso consumo. L’economia di spesa energetica risalta in modo evidente dal confronto con la predisposizione idraulica dello schema iniziale caratterizzato da numerosissimi piccoli impianti funzionanti sempre con perdite di carico elevate dovute alla regolazione ad intermittenza che obbliga le pompe a lavorare sempre con la portata massima e quindi con le maggiori perdite di carico della condotta di mandata. E’ inoltre ben noto come di per sé poche pompe di grossa portata abbiano rendimenti migliori di molte piccole pompe aventi nel totale la medesima portata e prevalenza. Si è già detto che viene realizzata una importante economia d’acqua grazie alla minor pressione di rete soprattutto notturna e alla conseguente diminuzione delle perdite occulte.
Infine è da rilevare l’alta qualità dello schema idrico che semplifica enormemente tutte le operazioni sia automatiche che manuali durante l’esercizio, degli impianti.
Il risultato più importante che occorre mettere in luce da ultimo,  è senz’altro la eliminazione  di tutte le operazioni casuali dello schema classico e molto utilizzato negli acquedotti italiani,  operazioni che vengono invece razionalizzate escludendo galleggianti ed apparecchiature analoghe che lavorano in funzione di livelli ma e che vengono qui sostituite da una regolazione estesa a tutte le apparecchiatura, nessuna esclusa, ed effettuata in tempo reale dal sistema di telecontrollo e telecomando sulla base dei fabbisogni reali dell’utenza e mediante definizione automatica della modalità più razionale delle portate e delle pressioni effettive di esercizio. La procedura può essere definita con la dizione “acquedotto figlio del telecontrollo” leggibile cliccando qui.
Esaurite le spiegazioni riguardanti l’elemento di base ripetibile più e più volte in modo da servire tutto il territorio viene ora avanzata una proposta di organizzazione generale di tutto un intero sistema acquedottistico montano.
Visto e considerato che l’elemento di base deve seguire grosso modo una unica curva di livello del terreno, risulta naturale considerare la possibilità di seguire, tutte le volte che l’andamento del terreno lo consente, tale curva nel suo intero percorso considerato che, come ben noto, ogni curva di livello costituisce un anello chiuso. In altri termini si propone di prolungare la condotta primaria completa delle apparecchiature secondarie cioè di serbatoi di compensazione giornaliera ed impianti di risollevamento, fino a costituire un anello chiuso come risulta dallo schema allegato.

Schema planimetrico di rete alimentata da due fonti e con adduttrice principale chiusa ad anello

Con questa disposizione di rete si ritiene aver completato in maniera ottimale la proposta di una rete di adduzione e distribuzione acquedottistica in territorio montano.

CRISI DEGLI ACQUEDOTTI SOPRATTUTTO FACENDO RIFERIMENTO ALLA LORO ARRETRATEZZA

Impazza sui giornali una notizia come quella dell’articolo allegato : L’Enel cambia i contatori con i risparmi dei consumi.
In dettaglio le società di esercizio dell’energia elettrica italiana, le quali già 15 anni or sono avevano sostituito i vecchi con nuovi contatori automatici, ora impiegano i grandi importi di denaro che hanno derivato e contano di derivarne, per sostituire nuovamente tutto il parco contatori italiani mettendo in opera apparecchiature ancora più sofisticate ed atte a migliorare ulteriormente l’esercizio e l’economia dell’intero sistema elettrico.
Alcune delle particolarità della sensazionale operazione che sta per partire sono così spiegate nella stampa:
Posa in opera di contatore di seconda generazione che unisce le esigenze di tutelare il consumatore alla garanzia di servizi nuovi sempre più tecnologici, di facile uso onde partecipare in modo importante ed attivo al nuovo mercato dell’energia.
Quello che traspare è la motivazione che si fonda sul fatto incontrovertibile , che il nuovo grande investimento di denaro troverà piena giustificazione nel miglioramento, anche economico, dell’esercizio.
Non si può che inorridire dal confronto con quello che accade nel settore acquedotti. Lì sono in funzione contatori del tutto meccanici, vecchi sia come tipologia che come funzionamento dovendo essere letti da personale che gira di casa in casa. Sembra di essere tornati all’epoca in cui non esistevano le lavatrici ed il bucato doveva essere fatto con acqua riscaldata al fuoco e con la cenere. Ma l’aspetto di gran lunga peggiore è la constatazione del vuoto che la mancanza di contatori moderni e multifunzionali provoca nella conoscenza del funzionamento reale delle reti di distribuzione dell’acqua , così come sconosciuta è l’entità, l’origine e le caratteristiche delle perdite occulte al cui riguardo si sa soltanto che la percentuale di acqua potabile perduta in Italia assume valori incredibilmente elevati.
L’enel testimonia una realtà di una ovvietà addirittura disarmante e che è la seguente: la prima cosa da fare nella gestione di servizi importanti come quelli di cui si parla è la conoscenza del loro funzionamento. Si deve invece constatare come, per avere un’idea approssimata in campo acqua potabile. si devono eseguire calcoli complicatissimi basati su dati statistici che alla fine lasciano il tempo che trovano. Basterà precisare che si sono dovute scomodale le leggi sull’evoluzione di Darwin per poter stimare le condizioni di esercizio delle reti d’acqua che, proprio per la metodologia usata, non possono dare  che risultati molto approssimativi ed in pratica rendere imperituri  acquedotti che hanno perdite occulte che ammontano al 50% dell’acqua prodotta.

Un’altra metodologia molto usata a causa della citata non conoscenza del funzionamento effettivo degli acquedotti, è la distrettualizzazione che consiste nel suddividere la rete in tante piccole porzioni chiamate appunto distretti, riuscendo finalmente ad entrare nel vivo della realtà a prezzo di una grave mutilazione della rete medesima. I risultati che si ottengono in quel caso sono molto apprezzati perché ottenuti dal paragone con le reti preesistenti e piene di difetti colossali.  Ben diversa sarebbe la situazione di un acquedotto dotato di quelle apparecchiature che ne costituiscono l’ossatura essenziale e tra di esse la presenza di un parco contatori dotato delle più elementari possibilità come sono quelle di fornire in tempo reale i dati essenziali  e cioè portate, pressioni e qualità dell’acqua consegnata utente per utente e di converso area per area servita.

Gli antidiluviani contatori dell’acqua potabile ancora in uso

E’ lapalissiano che la prima cosa da ottenere con metodologie razionali ed automatiche i dati di  riguarda il fabbisogno dell’utenza ed in particolare e minuto per minuto e zona per zona, i valori reali di consumo, di pressione di rete nonché quelli  di perdita cioè i dati che solo la posa di misuratori multifunzione possono dare.
Non mi dilungo in questa sede nel descrivere modalità, funzioni e risultati della auspicata rivoluzione del metodo di misurazione delle caratteristiche dell’acqua distribuita agli utenti in quanto non farei che ripetere elementi triti e ritriti che del resto sono facilmente recuperabili ricercandoli in questa stessa pagina immettendo in alto a sinistra la parola contatori. Mi basta qui far rilevare l’assurdità di una situazione assolutamente insostenibile e per giunta mascherata da risultati fasulli.

SICCITA’ ECCEZIONALE – ACQUEDOTTI E AGRICOLTURA IN CRISI, MA NESSUNO ESAMINA LE POSSIBILI SOLUZIONI

I titoli della stampa e di tutti i media impazzano per trovare le parole che rendano al meglio la gravità della attuale situazione idrica però nessuno dà retta alle soluzioni che potrebbero contribuire efficacemente a lenire i disagi.

Da anni il sottoscritto propone innovazioni che, come minimo, dovrebbero essere esaminate, soppesate, criticate in vece nessuna nota nessun commento.

Invito i lettori a prendere visione dei seguenti articoli:

Profilo schematico di unpo sbarramento mobile di foce

LA BARRIERA MOBILE DI FOCE COME IMPORTANTE CONTRIBUTO ALLA RISOLUZIONE DELLA GRAVE CARENZA IDRICA CHE INCOMBE SEMPRE DI PIÙ 

Veduta prospettica di un serbatoio/galleria per l’Isola d’Elba

ISOLA D’ELBA – UN GRANDE SERBATOIO DI ACCUMULO D’ACQUA POTABILE – RAZIONALITA’ E MANCANZE GRAVI 

UNA MODALITA’ PARTICOLARE PER ACCUMULARE ACQUA NEL SOTTOSUOLO ( ( https://goo.gl/SfMvbS )

Condotta di adduzione di diametro maggiorato onde ricavarne un capace serbatoio di accumulo

LE INCONGRUENZE CHE MINANO ALLA BASE I SISTEMI ACQUEDOTTISTICI ITALIANI – I DANNI – LE CAUSE


In tutte le attività umane si verificano dei problemi anche di entità molto rilevante ai quali non si può assegnare delle cause precise. Un esempio eclatante è quello dei terremoti la cui ubicazione, tempo di manifestazione ed entità non sono affatto prevedibili e quindi alcuna colpa può essere posta a carico di alcuno, al massimo si potrebbero attribuirgli il non aver compiuto per tempo quei provvedimenti atti a lenirne le conseguenze mentre sulla loro origine nulla si può dire.

Esempio di rete magliata molto interconnessa

Non è così per gli acquedotti riguardo i quali accade di frequente assistere a disfunzioni gravi per la cui risoluzione si stanno sistematicamente prendendo dei provvedimenti poco efficaci, molto costosi e di grande impegno ma evitando paradossalmente di riconoscerne la vera natura e di evitare nella maniera più assoluta di ricorrere a risoluzioni semplici che hanno caratteristiche tanto evidenti da apparire ovvie essendo al tempo stesso atte a dare risultati eclatanti senza richiedere grandi impegni economici e di studio progettuale se commisurate ai risultati ottenibili.
Molto interessante anche mettere in risalto la serie di personaggi responsabili.

La categoria da mettere in testa alla lista è senza dubbio quella dei gestori degli acquedotti i quali mantengono per ogni utente dei contatori di misura dell’acqua consumata assolutamente obsoleti e fonte di mali gravi come gli elevati costi di esercizio che derivano dalla lettura manuale dei consumi, dalla fatturazione e soprattutto dalla mancata conoscenza del funzionamento effettivo della rete che obbliga alla utilizzazione di complicatissimi programmi di calcoli e ad aberranti modalità di gestione degli impianti. Il fenomeno è reso evidente nella sua completa assurdità quando si pensi che gli stessi gestori sono pronti ad attuare nella loro rete di distribuzione la pratica della distrettualizzazione per il semplice motivo che, non conoscendo affatto il comportamento delle loro reti, sono costretti a sezionarle in tante piccole parti chiamate appunto distretti in modo da poter finalmente tenere la rete stessa sotto controllo. In questo modo viene menomata una di quelle prerogative che può considerarsi come quella più vantaggiosa per l’economia, la bontà di risultati e la sicurezza di esercizio della rete stessa e che è data dalla notevole interconnessione tra condotte e condotte di cui godono la gran parte degli acquedotti.

E’ facilmente comprensibile che la sostituzione dei contatori obsoleti con moderni apparecchi multifunzione, come appare anche a prima vista necessario, offrirebbe vantaggi notevolissimi mentre la distrettualizzazione, ora moto diffusa, sta compiendo una vera mutilazione delle reti rendendone il funzionamento precario e costoso rispetto ad una soluzione razionale che, al contrario, promuove la massima interconnessione tra elemento ed elemento di rete.

I sorpassati contatori d’utenza che occorre sostituire con moderne apparecchiature multifunzione ad imitazione di quanto già fatto per il gas e l’energia elettrica

Immediatamente dopo la categoria dei gestori di cui si è detto, segue quella degli studiosi di acquedottistica che compiono veri e propri salti mortali per riuscire a determinare i dati di funzionamento delle reti mentre la sostituzione dei contatori, di cui si è già spiegato, darebbe la possibilità di conoscere i consumi istantanei utente per utente e da essi i consumi istantanei effettivi ai nodi rendendo molto più semplice le modalità di calibrazione e la esecuzione delle verifiche tramite modello matematico ma soprattutto raggiungere quella precisione di risultati finora impossibile da calcolare con gli sofisticati programmi in corso di utilizzazione.

La terza ed ultima categoria che si intende in questo articolo analizzare è quella dei legislatori i quali, invece di imporre la distrettualizzazione, dovrebbero costringere il gestore degli acquedotti e gli utenti stessi a sostituire i contatori per motivi determinanti come: la giusta contabilizzazione ai cittadini dell’acqua effettivamente consumata, evitare la deleteria distrettualizzazione che mutila le reti acquedottistiche, semplificare enormemente il lavoro delle università e dei molti studiosi che devono elaborare complicatissime procedure di calcolo di verifica degli acquedotti, evitare lo spreco di ingenti volumi idrici dispersi agli acquedotti con le perdite occulte.

Le spiegazioni di questa nota sono troppo semplicistiche per dare al lettore una idea della importanza dei temi trattati.

Maggiori delucidazioni possono essere lette dagli altri articoli del sito oppure trovando con motore di ricerca le parole: contatori degli acquedotti, la distrettualizzazione acquedotti, leggi sulla gestione degli acquedotti.

Ritengo necessario formulare ora la spiegazione di alcune delle cause cui si devono, a mio giudizio, le anomalie in argomento.

Quando mi chiedo : ma perché nessuno pensa minimamente alla sostituzione dei contatosi d’utenza? La mia risposta si riferisce ad una cattiva condotta di base di molti dei personaggi elencati ed in dettaglio io penso che se un gestore non attua affatto questa iniziativa lo si deve esclusivamente al fatto che la sua preoccupazione è tutta rivolta nella sistemazione del bilancio economico dell’azienda ottenuto non già con i buoni interventi citati ma invece riversando sull’utenza gli oneri che ne derivano e cioè preoccupandosi solo di aumentare le tariffe il cui valore è funzione diretta delle spese di esercizio anche quando dette spese non sono giustificate o riducibili. L’importante è solo la quadratura del cerchio tra spese e tariffe.

La seconda domanda, che riguarda il mancato intervento del legislatore, viene da me comprovata con la motivazione che il politico è è piuttosto preoccupato di perdere i voti delle migliaia di lavoratori che devono operare per far fronte alle stolte modalità di esercizio e che gli evita di intravvedere che anche negli acquedotti, come accade in una qualunque azienda produttiva, il solo modo per star bene tutti, compresi i lavoratori, è quello di rendere funzionale ed economica l’azienda stessa.

L’ultima categoria da esaminare riguarda gli gli studiosi di tecnica acquedottistica i quali giustificano l’ operato dichiarando che il loro compito specifico non è quello di entrare in merito alla costituzione di base degli acquedotti anche se è obsoleta. Essi devono soltanto porre rimedio alle inadeguatezze che vengono loro sottoposte e lo fanno utilizzando una tecnica sofisticatissima che spesso comprende anche la distrettualizzazione e che si dimostra atta a dare gli eclatanti risultati a tutti ben noti. Non resta che confermare la veridicità di questo assunto ma con un obbiezione. I risultati sono eclatanti perché derivano dal paragone tra una rete distrettualizzata e quella preesistente caratterizzata da magagne colossali. Se invece il paragone fosse fatto con una rete considerata come già razionalizzata prima di tutto nella sua costituzione di base, si giungerebbe senz’altro alle conclusioni opposte.

Un testo dal quale risulta chiara la conferma delle incongruenze esistenti in tutti i settori della moderna civiltà, potendo considerare compreso anche il settore acquedottistico

Non posso esimermi dal citare, come conclusione di questa breve nota, un libro che sta avendo molto successo per le grandi verità che và sostenendo.

Nassim Nicholas Taleb nel suo “Il cigno nero” dichiara a ragion veduta che  il risultato del lavoro degli esperti, specie quando si tratta di prevedere -e quindi di progettare-,  è noto ed iugedia delle teste vuote in giacca e cravatta”. In parole molto povere ed al di là del fascino -superficiale- di teorie molto complesse i risultati latitano, per non dire che non ci sono, tanto che esperimenti concreti hanno dimostrato, confrontando il lavoro eseguito secondo i dettami degli esperti con quello fatto sulla base di indicazioni della gente comune -l’autore utilizza i pareri dei tassisti- emerge come questi ultimi si dimostrano alla prova dei fatti più capaci dei primi, che però sono più eleganti, convinti ed altisonanti: come non accorgersene pensando in primis ai nostri politici ed a ruota ai nostri teorici, giornalisti, dirigenti e via dicendo compresi, nello specifico, alcuni gestori degli acquedotti?